“RAUL GARDINI E LA CASA CHE UCCIDE”

                 

“Esiste allora una diabolica provvidenza che prepara l’infelicità nella culla,
che getta premeditatamente esseri angelici ricchi d’intelligenza in ambienti ostili, come martiri nel circo?. Vi sono dunque delle anime sacre, votate all’altare, condannate a camminare verso la gloria e la morte, calpestando le proprie macerie?. L’incubo delle tenebre stringerà in una morsa eterna queste anime elette?. Inutilmente si dibattono, inutilmente si addentrano nel mondo, ai suoi fini ultimi, agli stratagemmi; perfezioneranno la loro prudenza, sprangheranno tutte le uscite, barricheranno le loro finestre contro i proiettili del caso; ma il diavolo entrerà nella serratura: “una perfetta virtù sarà il loro tallone d’Achille, una qualità superiore il germe della loro dannazione”.
-Edgar Allan Poe –

 

Qual è il denominatore comune tra Venezia “La Bella”, Cà Dario e Raul Gardini?.
Il mistero oscuro, il fascino antico di una casa che uccide, il carisma di un uomo d’affari trovato morto in circostanze strane o la fatalità?. In questo primo articolo del neonato 2012 cercherò di raccontare la storia della casa maledetta, ricordandone però l’uomo e il rebus della sua morte.

Quando si parla della “Bella Venezia”, mi vengono in mente le strette calli merlettate, le bellissime gondole affilate e nere che vagano armoniosamente sui canali sinuosi; rivivo la dolce e romantica atmosfera che l’ avvolge morbidamente e sento sul mio volto l’umida nebbia dall’odore salmastro, che nei periodi autunnali, dipinge le mura degli antichi palazzi rendendo tutti quei luoghi magici e  ovattati. Venezia, una splendida perla cangiante adagiata su onde smeraldine, le cui ombre inquietanti, si proiettano su  misteri insoluti, spettri di antichi personaggi e su leggende  nascoste tra le pieghe d’un tempo passato che si mischia a un distratto presente. Scopriremo come si può cambiare idea sul comune soprannome di “Serenissima”.

Non sarà un racconto poetico come l’incipit di questa storia, ma solo il resoconto di  realtà cruda, che farà riaffiorare da una memoria assopita, domande che non avranno mai una risposta.

IL PALAZZO MALEDETTO

Ca’ Dario è un palazzo di Venezia, situato nel sestiere di Dorsoduro, che si affaccia direttamente sul Canal Grande. L’edificio è famoso per la presunta maledizione che graverebbe su di esso: secondo la leggenda, infatti, i suoi proprietari sarebbero destinati a fare bancarotta o a morire di morte violenta. L’edificio venne commissionato all’architetto Pietro Lombardo nel 1479 da Giovanni Dario come dote nuziale per la propria figlia Marietta, promessa sposa di Vincenzo Barbaro, un ricco mercante di spezie proprietario dell’omonimo palazzo in Campo San Vio.
Giovanni Dario, un borghese di origini dalmate, svolgeva importanti mansioni per la Repubblica di Venezia: fu mercante, notaio della cancelleria ducale, segretario ducale e si guadagnò l’appellativo di salvatore della patria dopo che, nel 1479, riuscì a negoziare un accordo di pace con i turchi.
Il palazzo è costruito sopra un antico cimitero ed è visibilmente inclinato a causa di un assestamento delle fondamenta. La facciata asimmetrica, in pietra d’Istria, è riccamente decorata da marmi policromi disposti a medaglioni circolari ed è suddivisa in pianoterra e tre piani. Il corpo del palazzo è costruito in stile gotico fiorito, molto diffuso a Venezia, ma la facciata sul Canal Grande è chiaramente rinascimentale. Alla base dell’edificio è presente l’iscrizione VRBIS GENIO IOANNES DARIVS (latino: Giovanni Dario protettore della città).
I camini, in tipico stile veneziano, sono fra i pochi esemplari originali dell’epoca sopravvissuti fino ad oggi. La balconata neogotica venne aggiunta nel XIX secolo.
Nel 1494, alla morte di Giovanni Dario, il palazzo venne ereditato da sua figlia Marietta e poi passò a Vincenzo Barbaro. La famiglia Barbaro rimase in possesso del palazzo fino all’inizio del XIX secolo, quando Alessandro Barbaro (1764-1839), membro dell’ultimo Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia e consigliere aulico del Tribunale Supremo di Verona, vendette il palazzo ad Arbit Abdoll, un commerciante armeno di pietre preziose.
Ca’ Dario viene spesso descritta come uno dei palazzi più caratteristici di Venezia, spesso paragonato alla Ca’ d’Oro. La sua strana bellezza colpì l’interesse di John Ruskin, che ne descrisse le decorazioni marmoree con dovizia di particolari. Il retro del palazzo, dipinto di rosso, si affaccia su Campiello Barbaro. Nel 1908 Claude Monet utilizzò Ca’ Dario come soggetto per una serie di dipinti tipicamente impressionisti: tutti dalla stessa prospettiva, ma con condizioni di luce diverse. Uno degli ultimi interventi di restauro, sistemazione e arredo degli interni è stato eseguito nel 1977 da Giorgio Pes,  arredatore del film “Il Gattopardo”.
La bellezza architettonica di Ca’ Dario contrasta con la sua fama di palazzo maledetto, nomea conferitale dal tragico destino che ha accomunato molti dei suoi proprietari. Secondo una presunta maledizione che graverebbe sulla casa, infatti, i proprietari di Ca’ Dario sarebbero destinati a finire sul lastrico o a morire di morte violenta. Marietta, la figlia di Giovanni Dario, si suicidò a seguito al tracollo finanziario del marito Vincenzo Barbaro, che morì accoltellato. Tragica fine anche per il loro figlio, che morì in un agguato a Creta. Queste tre morti fecero scalpore fra i veneziani, che anagrammarono l’iscrizione posta sulla facciata, trasformandola da VRBIS GENIO IOANNES DARIVS a SVB RVINA INSIDIOSA GENERO (latino: Genero insidiosa rovina). Nel 1838 Ca’ Dario venne acquistata dall’inglese Radon Brown, il quale perse tutti i propri averi e si suicidò nel 1842 all’interno del palazzo insieme al compagno, probabilmente anche a causa dello scandalo provocato dal loro legame. L’edificio venne poi acquistato dall’americano Charles Briggs, che fu costretto a fuggire da Venezia a causa delle continue voci sulla sua omosessualità,  rifugiandosi in Messico, dove il suo amante si suicidò. A cavallo fra la fine del l’800 e l’inizio del ‘900 Ca’ Dario ospitò il poeta francese Henri de Régnier,  finché una grave malattia non ne interruppe i soggiorni veneziani.
Rimasta a lungo senza proprietario, nel 1964 fra i possibili acquirenti si fece avanti il tenore Mario Del Monaco,  che però ruppe le trattative quando, mentre si stava recando a Venezia per ultimare i dettagli del contratto, rimase vittima di un grave incidente stradale che lo costrinse ad una lunga riabilitazione e lo fece desistere dall’acquisto. Pochi anni dopo, Ca’ Dario venne acquistata dal conte torinese Filippo Giordano delle Lanze, il quale venne ucciso all’interno del palazzo, nel 1970, da un marinaio croato di nome Raul Blasich, con il quale intratteneva una relazione. Blasich, in seguito, fuggì a Londra, dove venne a sua volta assassinato.
Il palazzo venne poi acquistato da Kit Lambert, manager del complesso rock The Who, che morì pochissimo tempo dopo a Londra cadendo dalle scale.
A metà degli anni ottanta Ca’ Dario venne acquistata da un uomo d’affari veneziano, Fabrizio Ferrari, che vi si trasferì con la sorella Nicoletta. Ferrari non morì, ma perse tutto il suo patrimonio dopo aver preso possesso del palazzo, mentre sua sorella morì in uno strano incidente stradale senza testimoni. Alla fine degli anni ottanta il palazzo venne acquistato dal finanziere Raul Gardini, intenzionato a farne dono alla figlia. Gardini, dopo una serie di rovesci economici ed il coinvolgimento nello scandalo di Tangentopoli, si suicidò nel 1993 in circostanze mai del tutto chiarite. Dopo la morte di Gardini nessuno volle più comprare Cà Dario, al punto che la prima società di intermediazione che aveva ricevuto il mandato per la vendita si arrese e rimise l’incarico.
Alla fine degli anni novanta il regista e attore Woody Allen pareva intenzionato all’acquisto dell’edificio, ma dopo una serie di episodi negativi riguardanti la sua sfera affettiva, desistette. Nel 2002, una settimana dopo aver affittato Cà Dario per una vacanza a Venezia, il bassista John Entwistle morì di infarto.
Benché priva di alcun fondamento scientifico, a spiegazione delle morti alcuni hanno avanzato l’ipotesi che l’edificio sorga sopra un presunto nodo di energie negative che attraverserebbe la città. Cà Dario, attualmente, risulta in vendita.(Fonte WIKIPEDIA).

RAUL GARDINI

Figlio di un ricco imprenditore agricolo, crebbe professionalmente nell’azienda di Serafino Ferruzzi,
di cui diventò genero sposandone la figlia Idina. Il 10 dicembre 1979 Serafino Ferruzzi morì in un incidente aereo e i suoi eredi affidarono a Gardini le deleghe operative per tutto il Gruppo: ci volle quasi un anno ad inventariare tutti i possedimenti che Ferruzzi aveva acquisito nel corso della sua attività. In anni in cui l’Europa andava trasformandosi da importatore ad esportatore di cereali, le attività di trading persero importanza e riguardarono soprattutto l’importazione di soia prodotta nelle tenute agricole della Ferruzzi situate in Argentina.
In pochi anni Raul Gardini trasformò la Ferruzzi in un gruppo prevalentemente industriale, grazie ad una politica di continue acquisizioni: tra il 1981 ed il 1986 fu acquisito il controllo del maggiore produttore di zucchero italiano, l’Eridania, allora quotata in Borsa, e del produttore francese di zucchero Beghin Say.

Nel 1987 fu la volta della divisione amido dell’americana CPC,
nel 1988 di Central Soya e Leiseur Koipe specializzate nella lavorazione della soia.
La maggioranza della Montedison fu acquisita in varie fasi tra il 1985 ed il 1987.
Tutto ciò fu possibile grazie ad aumenti di capitale dalle varie società del gruppo realizzati in Borsa, in anni in cui il mercato finanziario italiano conosceva una fase di euforia grazie alla nascita dei primi fondi comuni di investimento. Questo permise alla Ferruzzi di raccogliere risorse finanziarie da impiegare nelle acquisizioni. Anche per questo, la politica di riservatezza di Serafino Ferruzzi fu abbandonata e Gardini fu un personaggio molto esposto sui mass media.
Nel 1985 Gardini lanciò anche un progetto, che poi non fu realizzato a causa degli enormi interessi che andava a ledere, per sfruttare le eccedenze agricole della Comunità Europea per produrre etanolo, da impiegare come antidetonante per la benzina.

Raul Gardini è protagonista di speculazioni finanziarie poco fortunate e di scelte imprenditoriali infelici, che prima lo portano a lasciare le cariche all’interno del gruppo Ferruzzi-Montedison e poi, una volta scoperte le tangenti generate dalla vendita del 40% di Enimont, lo portarono alla morte, ufficialmente per suicidio.
La Famiglia Ferruzzi gli nega il benestare per acquisire le quote Enimont in possesso dell’Eni.
Li nasce la rottura che porterà la moglie Idina a vendere le quote. L’uscita dal Gruppo Ferruzzi fu un enorme dispiacere per Gardini. (Ricerca su fonti Web)

Ninni Raimondi, nel dicembre 2007 e nel settembre del 2008 scrive: “Il 20 luglio 1993, il presidente dell’ENI Gabriele Cagliari viene trovato morto per soffocamento, con in testa un sacchetto di plastica, nei bagni di San Vittore dov’era andato per farsi la doccia. Il 23 luglio, tre giorni dopo la morte di Cagliari, alle sette del mattino, il maggiordomo di Palazzo Belgioioso trova riverso sul letto, il”corsaro” della Ferruzzi, Gardini si era appena sparato un colpo di pistola alla tempia con una Walter PPK. Il suicidio di Cagliari è da imputarsi ( almeno si crede) allo scandalo che aveva travolto il vertice dell’ENI per una maxi tangente di 17 miliardi, buona parte dei quali versati a quasi tutti i partiti politici a conclusione di un accordo esclusivo tra l’ENI e la società assicuratrice SAI di Salvatore Ligresti: grazie alla mega- tangente era stata fatta fuori l’INA.
Cagliari da giorni sperava di essere scarcerato, così almeno aveva lasciato intendere il PM Fabio De Pasquale, ma il 19 luglio era stato arrestato Salvatore Ligresti che aveva fornito una versione diversa rispetto a quella fornita dal presidente dell’ENI.
La procura di Milano temette che Cagliari tornando in libertà, potesse inquinare le prove e pertanto l’ordine di scarcerazione fu sospeso.
Il manager reagì male: l’arresto lo aveva particolarmente provato,una decina di giorni prima aveva scritto alla moglie e ai figli una lettera disperata, in cui chiedeva perdono per un nuovo grande dolore che si accingeva a dare alla famiglia.
Aveva anche scritto un testamento nel quale chiedeva di essere cremato.
Un suicidio a prova di bomba, ed è probabile che sia andata proprio così.
Ma è anche vero che le lettere di disperazione e le minacce di suicidio fanno parte del bagaglio di manovre cui ricorrono tutti i detenuti, più o meno consapevolmente, per far pressione sui giudici. Certamente la delusione per la mancata libertà, che a un certo punto era sembrata imminente, provocò nel presidente dell’ENI una profonda prostrazione. Gravissime furono le polemiche che travolsero i magistrati del pool di Milano.
Il giudice Borrelli appena seppe del suicidio di Cagliari scoppiò a piangere in ascensore. Appena settantadue ore dopo, ecco il suicidio eccellente, anzi eccellentissimo. Per Raul Gardini la discesa era cominciata l’anno prima, nel 1991 quando estromesso dalla gestione della Ferruzzi e gli erano subentrati il cognato Carlo Sama e l’amministratore Giuseppe Garofano.
Quella mattina, sul tardi, avrebbe dovuto incontrare i magistrati per definire la sua situazione: c’era nell’aria un ordine di cattura, ma lui sperava di evitarlo mostrandosi disposto a una piena collaborazione.
A preoccuparlo moltissimo era stato l’arresto di Giuseppe Garofano, avvenuto due giorni prima, il 21. Al centro delle accuse che riguardavano lui e la Ferruzzi c’era la “enorme “ tangente Enimont, circa tre miliardi versati alla DC di Forlani.
Una storia che Garofano conosceva benissimo. Davanti a prove inconfutabili il giudice per le indagini preliminari, Dott. Italo Ghitti, firma l’ordine di arresto per Raul Gardini. La sera stessa l’imprenditore ravennate, intuendo ciò che sarebbe successo il giorno dopo, congeda sulla soglia di palazzo Belgioioso i suoi avvocati Marco De Luca e Giovanni Maria Flick, dando loro appuntamento per la mattina seguente davanti al tribunale.
Gardini ripete per l’ennesima volta ai suoi avvocati che “ci sono tante cose che possono interessare i giudici e adesso sono pronto a raccontarle”.
Alle sette di mattina, Gardini ha già fatto la doccia, è ancora in accappatoio quando gli portano i giornali, il cappuccino e un croissant .
E’ proprio mentre si accinge a fare colazione che l’occhio gli cade su un titolo di prima pagina di “Repubblica” – Tangenti, Garofano accusa Gardini – Raul capisce che è finita ( questa almeno la spiegazione più semplice) , apre il cassetto del comodino vicino al letto e si spara un colpo alla testa. Gardini non lascia nessun testamento o lettera, fatta eccezione di un biglietto con scritto sopra un semplice “grazie”, ma si scoprì poi che risaliva al Natale precedente ed era la risposta a un regalo che aveva ricevuto dalla moglie Idina.
E così, sembrerebbe proprio che, i due uomini in crisi, il cui fallimento rischiava di travolgere le rispettive famiglie e consapevoli di essere al centro di vicende per le quali l’Italia in quel momento stava franando, avevano deciso di togliersi la vita.
Ecco quello che fino ad oggi ci è dato sapere”.

(Testo gentilmente concesso da Ninni Raimondi, per approfondire click i link a seguito).

http://ninniraimondi.blog.espresso.repubblica.it/caff_espresso/2007/12/prova.html

http://ninniraimondi.blog.espresso.repubblica.it/caff_espresso/2008/01/storie-dimentic.html

Le indagini conclusero che Gardini si fosse sparato un colpo di pistola alla testa, ma sulle ragioni e la dinamica della morte dell’imprenditore restano ancora molti dubbi (la pistola fu ritrovata riposta sul comodino, lontana dal cadavere). Inoltre, la scena del presunto suicidio venne irrimediabilmente alterata dalla solerzia dei barellieri,  che rimossero il cadavere di Gardini così come le lenzuola e i cuscini della stanza prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, rallentate da un’errata segnalazione che le indirizzava verso Via Belgioioso, sita ben lontano da Palazzo Belgioioso.

Tra i molti fatti che non convincono i magistrati ci sono:

1. La pistola di Gardini esplose due colpi. Un modo insolito per un suicidio.In più che nessuno senti le detonazioni e solo diversi minuti dopo il corpo venne ritrovato in un    lago di sangue.

2. La pistola era riposta sulla secretaire a due metri dal corpo e nessuno di quelli che lo hanno soccorso ha dichiarato di avergliela tolta dalle mani.

3. Si poteva accedere nella camera di Gardini direttamente dall’esterno,
e’ questo e’ un fatto che non e’ mai stato tenuto in profonda considerazione dagli investigatori.

4. Sulla mano di Gardini, sulla manica dell’accapatoio e sul cinturino dell’orologio (che portava a destra) non furono trovate le tracce di bario, antimonio e piombo cioe’ gli elementi tipici che vengono normalmente ritrovati con il test del guanto di paraffina.

5. I tabulati delle telefonate si fermano inspiegabilmente alla sera precedente la morte.

Poi c’è il particolare del biglietto lasciato da Gardini con il nome dei figli e della moglie la scritta “Grazie”. Un biglietto che era sicuramente stato scritto mesi prima in occasione del Natale. All’ipotesi del suicidio non hanno mai creduto la moglie Idina, i figli Eleonora, Ivan Francesco e Maria Speranza, gli amici e tutti quelli che hanno avuto modo di conoscerlo e di lavorare a stretto contatto con lui.

LE CONCLUSIONI

Un palazzo, un uomo, la sua morte inspiegabile.
Può un palazzo dalla nomea maledetta decretare la fine di uno dei “corsari” della finanza? Un uomo molto carismatico, affascinante, raramente impressionabile, dal carattere ferreo e poco incline a credere nelle chiacchiere infondate e favoleggianti, riguardanti una vecchia casa del quattrocento, può farsi  suggestionare a tal punto da essa fino ad arrivare ad uccidersi? O meglio, può un vecchio palazzotto, storto e dalla foggia gotica vivere d’anima propria fino al punto di assassinare chi ne diventa proprietario? In fondo, la storia che oggi vi ho raccontato, è intrisa di cronaca,  di immagini poetiche che ci fanno volare sopra le acque profonde e scure della città più bella al mondo. Una ricostruzione della vicenda, che mischia insieme fantasia e realtà, fatti di cronaca di un passato che spesso vogliamo dimenticare, ma che sono ancora lì, vivi, ad attendere lo svelarsi  della verità.
Cà Dario, storica dimora affacciata sul Canal Grande, inconfondibile tra tutte per la sagoma inclinata, gli elegantissimi rosoni, i marmi policromi e la fama sinistra che da sempre l’accompagna.
Raul Gardini, uomo che amava la vita, lo sport, la famiglia e che si faceva in quattro per aiutare molti  giovani dalla tasche vuote di denari, ma piene di sogni da realizzarsi in campo lavorativo.
Un uomo, un palazzo antico e una città magica dove il tempo si è fermato e dove i segni di antichi mestieri, di arti scomparse, dove le antiche corti illuminate da luci fiabesche, sembrano ghirigori scherzosi d’artista.

Piccole storie e piccole cose di una Venezia che lentamente si sta autofagocitando, ma che rimane pur  sempre una vecchia signora misteriosa e seducente.

*****

5 thoughts on ““RAUL GARDINI E LA CASA CHE UCCIDE”

  1. Le case che uccidono

    Indiscutibilmente, mia Signora, stiamo parlando di avvenimenti, dicerie e stratificazioni della paura popolare, applicate.
    Se vogliamo, poi, parlare dei riferimenti che Voi, molto sapientemente, avete portato nell’affrontare uno dei temi scottanti della prima repubblica, mi riferisco a Raul Gardini, allora ben venga anche il motivo “misterico”.
    Conoscevo la triste fama di quella bellissima casa sul canal Grande, a venezia. Fama rinverdita e “ingrassata” dai veneziani stessi.
    La sua impossibilità nella gestione (molto cara da manutenere e bisognosa di lavori strutturali importanti). La credulità popolare, nel proseguo, chiude e compie l’Opera.
    Come se, parlando del nostro Parlamento della repubblica Italiana, lo indicassimo come luogo maledetto. Dal 1872, quel Parlamento conta più morti che vivi, consideri i parlamentari che oggi avrebbero più di duecento anni).

    Nel merito dell’analisi sull’imprendidote ravennate, devo dire che avete fatto un buon lavoro di ricerca e sintesi.
    Uno spaccato che, in tutta la sua durezza e semplicità, precorre i nostri tempi odierni “abbastanza strani”.
    Tempi in cui anche un castello, costruito su palafitte, diventa una casa solida e ben compiuta. E guai a contraddire tale tesi: si verrebbe, inevitabilmente, perseguitati e derisi se non, in casi estremi, uccisi prima di rivoltare altari ed altarini.
    Su Gardini si parlò di Politica, affarismo, interessi personali oppure, estrema leggerezza. Personalmente, cassando quest’ultima affermazione, posso – certamente – dire che le altre tre motivazioni potrebbero essere presentissime nell’intero quadro criminale da Voi ben costruito.

    L’arma: una Walther PPK, dal calcio in madreperla e dal corpo in acciaio cromato, una pistola ben compatta (tale da essere occultata, spesso, nella fascia di uno smoking) è decisamente, in quella versione, un ordigno di lusso. Ma qui parliamo, oltre che dell’arricchimento esteriore anche di una pistola che venne utilizzata, esclusivamente, dagli ufficiale tedeschi che ne apprezzavano la “rarissima” inceppabilità, ma soprattutto la “micidialità”.
    Ecco, volevo sottolineare questo: una Walther, meglio se della serie PPK, è un’arma micidiale. non offre sconti a nessuno ed è netta, precisa, pulita. Due colpi sparati. Una prova? Un tentativo di vedere, di nascosto, l’effetto che fa? Di fori, alla tempia di Gardini, ce n’era uno e uno soltanto. Nessun altro foro nella stanza.
    Abbiamo, dunque, due bossoli e un foro!

    Ma abbiamo la “compostezza” della salma; l’arma riposta a due metri dal corpo; la stanza pulita e le tracce, copiose, ematiche, raggruppate in un “laghetto” di fianco al letto.
    Abbiamo un uomo che aveva appena terminato di leggere il giornale e bevuto il suo caffé.
    Sbarbato, pulito e pettinato, pronto per uscire (aveva impegni pressanti quel mattino)…

    I figli, presenti a Palazzo Belgioioso, non si accorsero di alcuno sparo. Poco male, il palazzo è realmente molto grande.
    Ma nessuno dei suoi collaboratori stretti, il personale di servizio, o altro, lo cercò? Nessuno?

    Volendo romanzare ricorda i grandi delitti per mafia, secondo i canoni (se mi lascia passare l’espressione) della cavalleria mafiosa.
    Tanto venne cercato e tanti fiumi di inchiostro si versarono contro candide pagine.
    Noi, mia Signora, siamo convinti che qualcosa si celi entro le pighe dei ricchi tendaggi della camera da letto del “Corsaro” romagnolo.
    L’uomo che fece crescere Ravenna, portandola come faro imprenditoriale nel mondo.
    Proprio come un novello Imperatore Bizantino, di cui ravenna ne conserva ampie vestigia.
    E come un Imperatore, centro e vittima di intrighi di palazzo.
    Non sosteniamo il contrario di quanto emerse dalla magistratura.
    La moglie, la Sig.ra Idina, non volle mai cedere alle giustificazioni suicidali degli inquirenti. Conosceva troppo bene suo marito, lo spirito sanguigno romagnolo (quasi un attaccabrighe) e l’onestà intellettuale e consapevole nel voler perpetuare il “Miracolo economico” scaturito dallo zucchero fino a quasi tutte le materie prime.

    Il “contadino” aveva il polso d’acciaio per costruire: e lo fece.
    A costo di mettersi contro “qualcuno” lungo la strada: e lo fece.
    A costo di morire: e successe.

    Congratulazioni, Mia Signora per la Vostra bravura e scienza.

    Cordialità

  2. Pingback: “VENEZIA…” « emiliadiroccabruna

  3. Pingback: “L’ULTIMA CENA CON GARDINI” | emiliadiroccabruna

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