“ERA IL 17 OTTOBRE…”

“Tanto tuonò che piovve”. Disse un giorno Socrate.

Il mondo cambia velocemente rendendo fallace ogni attimo e, spesso, ogni ricordo. Tutto quello che fa parte di un passato remoto o recente, muta, trasformando gioie e dolori in un ammasso ingarbugliato, di episodi, storie o fiabe. Le fiabe nascono nelle giornate che si vestono di pioggia. L’atmosfera ingrigita dal mesto lacrimare del cielo, fa nascere piccole storie dalle viscere dell’anima, rendendo ciò che mi circonda rarefatto e ovattato.  La malinconia di questo nuovo autunno che lentamente volge al termine, mi fa ripensare a molti avvenimenti che sono accaduti nella mia esistenza. Ecco che l’indifferenza scevra di valori è cancellata e la magia dei sentimenti, riprende vita e fuoco, come le braci di un focolare. Con questo scritto, voglio ritornare a credere nelle fiabe, scrivendone una.

Alla mia veneranda età non dovrei più credere alle favole e nemmeno scriverle. Tuttavia, è più forte di me, forse perché sono ancora rimasta bambina “dentro”: io che piango di fronte a chi ha perso le speranze e la forza, io che piango di fronte a chi non ha più nulla, io che piango davanti a uno stupido film di un maialino coraggioso e continuo a credere alle fiabe, soprattutto a quelle dolci e commoventi. E poi, abbiamo bisogno di piccole favole, di quelle si avverano quando meno te lo aspetti e non puoi mai prevedere come saranno, se no che favole sarebbero?

Stanotte vi racconterò una piccola fiaba, una di quelle che nasce dal cuore, una di quelle che parla ai bambini. E’ la storia di un bambino; è ornata di foglie cadute, di petali di magia e d’inesauribile amore.

 

C’era una volta… Di solito una fiaba inizia proprio così.

C’era una volta, quando l’uso dell’automobile era riservato alle persone più abbienti, una giovane ragazzetta che di buonora correva al lavoro in sella alla sua bicicletta rosso fuoco.

L’autunno dipingeva quella mattina del diciassette di ottobre con riflessi ambrati, strade e piante d’alto fusto. L’aria frizzantina e l’atmosfera ovattata dalla nebbia, trasformavano quella strada deserta in un luogo che sembrava magico. Quella giovinetta poco più che adolescente ero io.  

Con la coda dell’occhio mi accorsi di una piccola sagoma adagiata sui gradini di una vecchia dimora abbandonata. Non mi fermai, né mi voltai a osservare meglio, ma il pensiero di quella “cosa” mi perseguitò per tutto il giorno. All’epoca lavoravo in una piccola sartoria a conduzione familiare, e durante tutte le ore di lavoro non riuscii a proferire parola. Ero seria e taciturna, non la solita Emilia che chiacchierava e scherzava continuamente. Le colleghe sartine, nel vedermi così silenziosa, mi presero un pò in giro, ma con lo trascorrere delle ore si preoccuparono. Io non le ascoltavo, perché ero occupata a osservare in continuazione l’orologio appeso al muro. Il tichettìo della lancetta dei  minuti mi inquietava. Finalmente l’ora di chiusura della sartoria arrivò.

Indossai velocemente il soprabito beige, il cappello scuro, distrattamente salutai le mie amiche, inforcai la bicicletta e mi misi a correre come se avessi alle calcagna tutti i demoni dell’inferno. Dovevo ritornare alla vecchia scalinata e svelare l’arcano che mi tormentava. Il cuore mi batteva forte e decisi di scendere dalla bicicletta e fare a piedi l’ultimo tratto di strada in salita. Finalmente vidi quella cosa. Era un bambino.

Se ne stava lì, seduto sulle vecchie scale di pietra e sembrava immobile.

Da lontano, lo osservai. Vestiva dei pantaloncini in Principe di Galles da cui spuntavano due gambette magroline. Ai piedi un paio di scarpe lucide. Non riuscivo a vedere la parte superiore del suo piccolo busto, perché teneva in braccio un libro enorme. Mi avvicinai.

“Ciao bambino” dissi piano.

“Buona sera signora” mi rispose abbassando il libro.

“Posso sedermi vicino a te?”

Non rispose, ma con la manina mi fece cenno di sedere accanto se.

Aveva le guance arrossate, i capelli biondi e arruffati, gli occhietti verdi e furbi.

Mi avvicinai a lui.

“Come mai sei qui da solo, sta imbrunendo e forse la tua mamma è preoccupata e ti sta aspettando” dissi piano per non spaventarlo.

“Sto leggendo questo libro, signora” rispose abbozzando un sorriso. “In questo libro ci sono disegnati i leoni dell’africa, gli orsi bianchi del polo nord e tutti gli animali della terra, sono narrate le storie di navi e di capitani coraggiosi, le avventure dei pirati; In questo libro sono rappresentate le stagioni e il significato del colore dei fiori. In questo libro, sono segnati i sentimenti; l’amore di una madre per i propri figli; la speranza e la felicità, la tristezza e la malinconia. In questo libro c’è tutto il mondo e ci siete anche Voi, signora”.

Lo guardai e mentre gli stavo rispondendo, lui m’incalzò.

“Signora, qui è segnato il nostro incontro di oggi; l’incontro di due mondi, di due cuori e di un amore; perché amare è rischioso, ma non si può vivere senza. Ad esempio, se si dicesse alla fiaba che si può esistere, non ci sarebbero i libri. Se il mattone dicesse che non è un mattone che può alzare un muro, non ci sarebbero i castelli. Se la goccia d’acqua dicesse che non è una goccia d’acqua che può fare un fiume, non ci sarebbero gli oceani. Se si dicesse che non è un gesto d’amore che può rendere felici e cambiare il destino di ogni singolo individuo, non ci sarebbero mai i sentimenti, né pace, né felicità, né amore e nemmeno l’eternità”.

Lo osservai stupita. “Come ti chiami?”

“La mia mamma mi chiama Ninni, e vengo dal mondo accanto. Vi aspettavo da stamattina e Vi volevo regalare questo libro; ma lo dovrete leggere solo a casa. ” Rispose con un sorriso.

Si alzò di scatto porgendomi il libro rilegato finemente.  Lo presi, e fissai per qualche istante la copertina in pelle blu.

Per la seconda volta, in quella strana giornata, rimasi senza parole. Mi alzai a mia volta. Sapevo che era arrivato il momento di congedarsi. Alzai gli occhi e Ninni non c’era più. Nonostante lui mi avesse detto di leggere il libro a casa, aprii il libro che mi aveva donato. Le pagine erano tutte bianche. Le accarezzai e compresi.

Rimontai sulla mia bicicletta rossa stringendo a me il libro. Ci avrei scritto e disegnato, perché Ninni era entrato a piccoli passi nel mio cuore.

A distanza di anni, ho scoperto che il “mio piccolo Ninni” riempie le pagine bianche di storie, racconti, poesie e amore.

 Questa è una piccola fiaba o una grande verità, decidetelo voi.

 Questa fiaba la regalo a te, “piccolo Ninni”, nel giorno del tuo compleanno. Con tutto l’amore che posso.

 JTA. SEMPRE.

8 thoughts on ““ERA IL 17 OTTOBRE…”

  1. Buongiorno signora Emilia, ho letto questo racconto due volte, e mi ha toccato il profondo del mio cuore.. peccato che racconti simile come lei sa raccontare non si sentano più.. sembra di entrare in una epoca di cui i valori erano ancora preziosi.. cose che oggi stanno scomparendo dal nostro mondo… lo ringrazio per questo attimo di serenità, con amicizia Rebecca

    • Grazie Pif cara… spero tu stia bene.
      Scrivo le cose con l’anima, e se riesco ad emozionare, sono contenta.
      In questi tempi “schifosi” ci si dimentica di avere sentimenti, si perde la serenità per nulla…

      Grazie di esserci. Ti stringo forte.
      A presto, ti voglio bene.

      • Buongiorno mia cara Emilia,

        Non sono molto brava ad esprimermi nella lingua italiana (sono austriaca di origine) ma proprio persone come lei o meglio come te (ho deciso di darti il tu) che scrivano dal profondo del cuore. Proprio questo che bisogno ad leggere, questo sono le momenti di vera felicità che si po’ ottenere dal mondo del web. Si viviamo in tempi “schifosi”, ma tu mia cara Emilia sei la prova, che anche in tempi cosi c’è ancora una speranza del buon senso e di un mondo migliore…
        Io devo ringraziare il nostro Creatore, per avermi fatti conoscere il tuo Blog
        Con sincera amicizia e un abbraccio d’amore la tua Pif

  2. Gentile Donna Emilia, questa fiaba è semplicemente stupenda. Una fiaba tra sogno e realtà che cattura il cuore.
    Un dono a Lord Ninni di profondo amore e bellezza.
    Permettetemi un abbraccio, siete una donna dal cuore GRANDE.
    Vostra Giovanna Orofiorentino

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