“SEI VUOI FARE IL FIGO USA LO SCALOGNO”

“SEI VUOI FARE IL FIGO USA LO SCALOGNO”

di Emilia di Roccabruna

se-vuoi-fare-il-figo-usa-lo-scalogno“Se vuoi fare il figo usa lo scalogno”
E’ il titolo di uno dei libri scritti da Carlo Cracco, importante e ottimo chef pluristellato del panorama gastronomico mondiale, edito da Rizzoli. Da qui, l’ispirazione di scrivere questo articolo.

In primo luogo, una volta si accendevano i riflettori. Adesso per avere successo in televisione si devono accendere i fornelli. In qualsiasi orario c’è uno chef, più o meno accreditato, pronto a impastare, mescolare, assaggiare e giudicare manicaretti di tutte le forme e colori (non sapori, perché non ci è dato assaggiarli). Si parte dal cattivissimo Gordon Ramsay, che tra una parolaccia e un insulto, troneggia come Re incontrastato dei fornelli (che è pure un gran bel tronco di pino!), al “cuoco-pseudoscrittore-vicentino-docg” Carlo Cracco, fino ad arrivare ai vari cuochi, cuochini e cuochetti “de noantri” ( …braccia rubate all’agricoltura e, spesso presi dalla strada… ) .

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In secondo luogo i programmi di cucina rilassano. Il cibo è bello da vedere, il procedimento di preparazione crea interesse perché genera una certa suspense sull’esito del piatto ma, contemporaneamente, permette allo spettatore di guardare senza sforzare più di tanto le facoltà intellettive. Inoltre l’uso di persone comuni, di casalinghe disperate, di giovanotti di belle speranze, serve a fare in modo che ci si possa identificare con loro e relegare il povero chef pluristellato di turno, che da sempre è il simbolo incontrastato di arroganza e di perfezione irraggiungibile, nell’angolo radical-chic dello snobismo cuochereccio. Ma allora, l’uso smodato della cucina in tivvù e la povertà nella realtà è  “bulimismo mediatico”? Che cosa spinge gli italiani a scegliere i programmi enogastronomici? Da tempo, e non voglio entrare in questioni prettamente politiche, la consapevolezza di essere diventati più poveri, non solo ci viene sbandierata in continuazione dai vari talk “political-fantasy”, ma ci viene data dal quantitativo, alquanto misero, di cibo che compriamo al supermercato. Dalla quantità normale, siamo arrivati a comprare l’essenziale  e sempre più spesso nemmeno quello. La stagnazione dell’economia si riflette sul calo del potere d’acquisto delle famiglie, costrette a sopravvivere più che a vivere. Le difficoltà economiche si riflettono, in particolare, sul cibo che le famiglie in difficoltà riescono a mettere sul piatto. Io sono stata fortunata, ho quello che mi serve per vivere e non conosco la povertà che si vede spesso in televisione. La povertà della gente che muore di fame e non ha nulla. Io sono una di “quelle persone” che conoscono la “povertà” di chi possiede qualcosa, di chi ha da mangiare e ha anche un tetto, un televisore, una macchina… Conosco quella sorta di “povertà piena di oggetti”, ma anche di scadenze. In questo tipo di povertà mi sento fortunata e sfortunata allo stesso tempo: c’è chi sta meglio di me e chi sta peggio. Mi viene da pensare che “la bulimia del cibo in tivvù” altro non sia, che il lasciarsi andare ad illusioni effimere che ci possono momentaneamente appagare, riempiendo il nostro cervello e la nostra pancia di quel “lusso”, che sta diventando il cibo. Tutto è precario, tutto è provvisorio, tutto è fragile e in attesa di momenti migliori.

tavolo delle festeVi ricordate una volta? Non mancava mai la farina in casa e non mancavano, di certo, le uova. Servivano a preparare i biscotti per la colazione o le tagliatelle per il pranzo. Non mancavano mai un paio di polletti nel giardino o qualche verdura piantata nell’orto. Tutto aveva un valore immenso e nulla veniva sprecato. Ma dagli anni ’60 in poi, nel boom miracoloso della crescita economica, si è iniziato a perdere il valore delle piccole cose. La farina è quasi scomparsa dalle dispense e gli ingredienti freschi, sono stati scambiati da una miriade di buste e di prodotti preconfezionati. La globalizzazione, ci ha portato in casa cibi di tutti i tipi e da tutte le nazioni del mondo. Già, mi sembra che ci siamo impoveriti anche nelle sane abitudini alimentari e familiari. La tavolata della “domenica”, tranne che nelle festività, è diventata un’abitudine sconosciuta, trapiantata da pasti frugali e consumati in solitudine. Ritorniamo, dunque, alle “abbuffate di cucina in tivvù” e su “gli italiani ai tempi della crisi”. Che ci sia una voglia-virtuale-reale di inversione di tendenza? Forse grazie alla crisi e grazie alla riscoperta del cibo preparato con le proprie mani, la tavola della cucina tornerà ad essere non solo il luogo dove si consumano i pasti, ma anche il posto dove si prepara tutto, o quasi, con amore e cura che ci farà ritornar al “quel qualcosa di antico” che si chiama condivisione.

dolci

In fondo l’ingrediente magico, per arricchirsi un po’, è questo: Reinventare gli antichi sapori di “casa”; rimanere uniti nelle difficoltà per riscoprire i “valori” dimenticati, cibo per il cuore e per l’anima. E perché no, perdere qualche minuto in compagnia di un cuoco pasticcione per sorridere.
Per tornare a guardarci negli occhi, stringere la mano di un “nostro amato” commensale e darci una speranza per andare avanti.
Si è vero. In fondo, usare lo scalogno fa figo. Soprattutto se si possono condividere le piccole ricchezze e le piccole povertà con chi ci è accanto, con poche amiche che riscaldano il cuore e con chi si ama.
Domani è domenica. Prepariamo un buon bollito o un semplice dolce, senza dimenticare un sorriso. Tutto avrà un sapore diverso. Quello della speranza.

Un abbraccio caro a chi legge.

Dedico l’articolo ad Annuccia, Jessica, Lucia, Greta, Giulia, La Patty, Silvia, Miriam, Rosario e alla Capo “Bianca”.

Grazie a Carlo Cracco, che mi ha ispirato.

Vostra Emilia di Roccabruna

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3 thoughts on ““SEI VUOI FARE IL FIGO USA LO SCALOGNO”

  1. Non sempre il progresso è indice di bellezza e bontà
    Una volta si campava con poco ma il cibo era genuino e pieno d’amore. Oggi si mangia di tutto e di più
    mentre una buona parte di mondo muore di fame ( che assurdità)
    Questa maledetta crisi ha impoverito sempre di più il poverello e piano piano inizia a scalfire anche la speranza che
    è per tanti l’unica cosa che ancora permette di avere la forza di dire: arriveranno tempi migliori
    E a proposito di scalogno, in famiglia si usa spesso e in diversi modi
    Grazie davvero, un bellissimo scritto
    Le auguro una gradevole sera
    Mistral

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